Allergie in aumento causa inquinamento

“Epidemia allergica”, perché aumentano le allergie

Le allergie sono probabilmente sempre esistite. Le prime descrizioni della rinite allergica risalgono ai primi decenni del 1800. Fino al 1960 si può calcolare che le malattie allergiche (rinite e asma, dermatite atopica e da contatto, allergie alimentari ecc.) fossero presenti tra l’1% e il 2% della popolazione. Dal 1960, nei paesi occidentali, l’aumento è stato vertiginoso: già nel 1970 si calcola che le malattie allergiche colpissero il 4,5% della popolazione per passare all’8,4% nei primi anni Ottanta.

L’organizzazione mondiale della sanità stima che nel 2050 le allergie colpiranno il 50% della popolazione. Tanto che si parla di una vera e propria “epidemia allergica”.

Quali sono attualmente le ipotesi più accreditate per giustificare questo aumento?

La prima è senza dubbio la cosiddetta “ipotesi igienica” (ipotesi di Strachan del 1989). In questo caso la responsabilità viene attribuita al fatto che il nostro sistema immunitario “lavora” meno rispetto al sistema immunitario dei nostri nonni e bisnonni e diminuisce così un tipo di linfociti (i linfociti T helper-1) che sono “protettivi” nei confronti delle malattie allergiche. La maggior parte della popolazione prima del secondo conflitto mondiale viveva vicino a stalle a stretto contatto con animali, beveva latte non pastorizzato e acqua del pozzo, non veniva sottoposta a vaccinazioni, non aveva a disposizioni armi per combattere le infezioni come gli antibiotici. Si trattava di una popolazione che, se fosse giunto ad una età adulta, avrebbe avuto un sistema immunitario molto forte. Secondo questa ipotesi, il cambiamento radicale nell’esposizione ai microrganismi legato all’igiene sempre più diffusa, ha un impatto sull’azione del sistema immunitario e potrebbe essere responsabile, almeno in parte, dell’aumento delle malattie allergiche, soprattutto nei Paesi dove le condizioni di vita sono migliori e quindi è ridotta l’esposizione ai germi.

Tra i “colpevoli” dell’aumento delle allergie troviamo anche l’aumento delle temperature, l’inquinamento e la qualità dell’aria.

Il surriscaldamento del pianeta ha anticipato il periodo di fioritura delle piante rispetto all’arrivo della primavera. Da questo dipende il fatto che i pollini si concentrano nell’aria per un arco di tempo ben più ampio: è quasi scontato che l’incidenza delle allergie sia maggiore. Nei luoghi in cui la qualità dell’aria è peggiore, d’altra parte, i numeri delle allergie sono più elevati. Più alte sono le temperature, maggiore è la quantità di ozono che si sviluppa nell’aria. Parliamo di una molecola non allergizzante, ma che è in grado di irritare l’apparato respiratorio. E, dunque, di accentuare i sintomi respiratori di un’allergia primaverile. A partire dall’asma, rilevabile in quasi il 40% delle persone che ne soffrono: da sola o associata alle altre manifestazioni (starnuti, ostruzione nasale, prurito, rinorrea e congiuntivite). A ciò occorre aggiungere anche l’inquinamento veicolare.

I particolati (Pm 2,5, Pm 1 e soprattutto Pm10) possono fungere da «vettore» per i pollini: in pratica le molecole allergeniche si legano alla superficie del particolato che poi le trasporta anche a distanze considerevoli rispetto al luogo dove erano state liberate. L’azione dello smog si combina così con quella degli allergeni peggiorandone le conseguenze e causando congiuntivite, raffreddori frequenti e prolungati nel tempo, ma anche asma e disturbi respiratori.

Se i sintomi si manifestano per la prima volta e lasciano sospettare un’allergia è bene consultare uno specialista allergologo. Lo studio medico Malaguarnera di Catania potrà fornirti una diagnosi di allergia e un percorso terapeutico mirato. Prenota una visita specialistica chiamando i seguenti numeri: 0957150323 / 3471143326.

Quali sono gli alimenti che contengono più nichel

Quali sono gli alimenti che contengono più nichel?

Il nichel è il ventiquattresimo elemento per abbondanza nella crosta terrestre. È un metallo pesante presente un po’ ovunque, nel terreno e nelle acque, ed è assorbito dagli organismi viventi, quindi, presente in tantissimi alimenti di origine animale e vegetale. È presente in molti oggetti di uso quotidiano (pentole, occhiali, chiavi, bijoux, monete), nei coloranti per tessuti, nei cosmetici, nei prodotti per l’igiene personale e nei detersivi.

Nel nostro organismo il nichel arriva per inalazione di polveri, per contatto con oggetti metallici o per ingestione di cibi che lo contengono. Una esposizione continuata al metallo può provocare severe reazioni avverse.

La risposta immunitaria scatenata dal nichel è molto importante e di solito si manifesta sotto forma di Dermatite Allergica da Contatto (DAC). Il primo sintomo che può indurre a sospettare una possibile reazione a questo metallo o alle leghe che lo contengono, è la comparsa di una dermatite da contatto che si sviluppa di norma sulla cute delle mani quando queste entrano a contatto con oggetti contenenti nichel (orologi, accendini, cellulari, maniglie, forbici, stoviglie e pentole); ai lobi delle orecchie (bijoux) o anche sulle mucose del cavo orale (protesi). Il risultato è un eczema limitato alle sole zone di contatto con il metallo, accompagnato talvolta da formazione di vescicole, desquamazione e prurito.

Talvolta, però, possono essere presenti anche sintomi a carico di organi diversi dalla cute, con rinite, asma, cefalea, dolori addominali, diarrea, stipsi, meteorismo, vomito. In questo caso si parla di Sindrome dell’Allergia Sistemica al Nichel (SNAS). Si ritiene che in questo caso possa giocare un ruolo molto importante non soltanto il contatto cutaneo con il nichel ma anche la rilevante quantità del metallo che viene ingerita con la dieta.

Patch test

La diagnosi di allergia al nichel per DAC si fa tramite Patch Test, un test che valuta reazioni locali di ipersensibilità causate da contatto cutaneo con l’allergene. Molto più complicata è la diagnosi di SNAS, per la quale sarebbe necessaria una prima fase di eliminazione del nichel, seguita da test di provocazione. In entrambe i casi si tratta di procedure mediche che richiedono la figura di uno specialista.

L’utilità di una dieta a basso contenuto di Nichel per soggetti affetti da Sindrome dell’Allergia Sistemica al Nichel è un tema decisamente controverso, per molti motivi diversi.

Problemi ricorrenti negli studi che indagano questa particolare dieta sono la difficoltà di selezionare soggetti la cui allergia al nichel sia stata diagnosticata secondo criteri precisi, la difficoltà di individuare un test di provocazione standardizzato e, soprattutto, la difficoltà di redigere una dieta il cui contenuto del metallo sia decisamente ridotto. In effetti manca propria la definizione di una soglia che permetta di stabilire se un alimento sia da considerare ad alto contenuto di nichel: in studi diversi si va da valori soglia discretamente elevati, con pochi alimenti considerati problematici, a valori estremamente ridotti che invece portano ad includere nelle liste di alimenti da evitare una quantità davvero rilevante di cibi. La mancata definizione di una soglia non è segno di trascuratezza, ma è dovuta alla persistente incertezza su quale sia la dose minima di nichel in grado di scatenare una risposta.

Il contenuto di nichel degli alimenti è infatti estremamente variabile e risulta decisamente maggiore in cibi di origine vegetale, mentre la presenza in quelli di origine animale è sempre modesta.

Ma anche qui il contenuto di nichel negli alimenti di origine vegetale può presentare variazioni rilevanti, superiori alle dieci volte, in funzione della quantità di nichel presente nel terreno di coltivazione; della stagione di raccolta (il contenuto di nichel nelle piante è generalmente maggiore in primavera ed autunno e più ridotto in estate); della parte della pianta che viene consumata (il nichel tende a concentrarsi soprattutto nelle foglie). Considerate tutte le variabili, è evidente come sia davvero difficile stilare una lista degli alimenti da escludere.

Ecco alcuni consigli utili:

  • Abolire i cibi in scatola
  • Utilizzare tegami in teflon, vetro o in acciaio siglate 18/C
  • Evitare la cottura dei cibi al cartoccio
  • Evitare la carta di alluminio per avvolgere gli alimenti
  • Prediligere il consumo di alimenti conservati in recipienti di vetro
  • Utilizzare carta da forno se si cuoce su padelle o piastre in ghisa
  • Evitare di bere la prima acqua che fuoriesce dal rubinetto, lasciandola scorrere per almeno una decina di secondi
  • Aggiungere il sale nella pentola contenente l’acqua per fare la pasta solo quando raggiunge il bollore
  • Utilizzare sempre dei guanti per evitare il contatto diretto quando si usano agenti candeggianti, detergenti e tinture per capelli, colori, smalti e oli minerali, fertilizzanti chimici, cemento e cosmetici.

Se sospetti di soffrire di una qualche forma di allergia al nichel lo studio medico Malaguarnera di Catania, grazie alla presenza di specialisti in Allergologia e Nutrizione, potrà fornirti una diagnosi differenziale e il conseguente trattamento con un adeguato piano alimentare che permetta di evitare gli alimenti che contengono nichel. Prenota una visita specialistica chiamando i seguenti numeri: 0957150323 / 3471143326.

Shock anafilattico

Come si riconosce uno shock anafilattico?

Si parla di shock anafilattico (o anafilassi) quando la crisi allergica, a esordio improvviso, coinvolge in pochi minuti tutti gli organi e rischia di portare a un arresto cardio-respiratorio. Per scatenare la reazione possono infatti bastare tracce dell’allergene.

Lo shock anafilattico è un’emergenza che richiede un intervento medico rapidissimo.

In caso di shock anafilattico il sistema immunitario rilascia una serie di sostanze chimiche che provocano un abbassamento improvviso della pressione sanguigna e una restrizione delle vie respiratorie con blocco della respirazione.

Come si riconosce l’anafilassi?

I sintomi premonitori sono prurito al palmo delle mani, alle piante dei piedi e al cuoio capelluto, poi arrivano i disturbi più gravi, cioè edema della glottide (che può provocare soffocamento), respiro sibilante e insufficienza respiratoria. In alcuni casi si verifica un abbassamento della pressione con collasso cardio-circolatorio. Possibili anche dolori addominali e diarrea.

Gli alimenti più frequentemente responsabili di reazioni sono latte, uova, arachidi e pesce. La probabilità di shock aumenta se il paziente soffre di asma.

Le più comuni cause scatenanti uno shock anafilattico includono quindi:

  • alimenti e additivi alimentari (coloranti alimentari, conservati);
  • medicinali, inclusi alcuni antibiotici e farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS);
  • punture di insetti, in particolare vespe e api;
  • sostanze utilizzate per l’anestesia generale;
  • mezzi di contrasto, usati nelle indagini diagnostiche per immagini (ad esempio, TAC);
  • lattice, un tipo di gomma che si trova in alcuni tipi di guanti di gomma e nei preservativi.

Lo shock anafilattico richiede un’iniezione di adrenalina e un intervento di pronto soccorso. In ogni caso bisogna chiamare immediatamente un’ambulanza.

L’European Medicine Agency raccomanda che a tutti i pazienti a rischio siano prescritti due dispositivi (erogati gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale), da tenere sempre con sé per eventuali emergenze. Purtroppo, a volte non accade: capita che l’adrenalina non venga prescritta, oppure che il paziente la lasci a casa. Il farmaco agisce in otto minuti e nelle situazioni più gravi bisogna somministrare entrambe le dosi. Si tratta dell’unico rimedio che può salvare la vita in caso di shock anafilattico.

In caso di comparsa dei sintomi associati allo shock anafilattico, si deve:

  • chiamare immediatamente il 112, chiedendo l’invio di un’ambulanza;
  • distendere la persona con la pancia in alto (supina), a meno che non sia in stato di incoscienza, in stato di gravidanza o con difficoltà respiratorie;
  • rimuovere con attenzione qualsiasi causa scatenante, ad esempio il pungiglione di un’ape;
  • usare un auto-iniettore di adrenalina, se disponibile e si è in grado di usarlo correttamente;
  • somministrare un’altra iniezione di adrenalina dopo 5-15 minuti, se i sintomi non migliorano ed è disponibile un secondo autoiniettore del farmaco.

Se hai già avuto un episodio di anafilassi o sospetti di essere allergico ad alcuni alimenti lo studio medico Malaguarnera di Catania, grazie alla presenza di specialisti in Allergologia e Nutrizione, permette una buona formazione del paziente con un piano alimentare che gli permetta di evitare gli alimenti a rischio e, in caso di necessità, di riconoscere le reazioni allergiche e gestirle in base alla gravità. Prenota una visita specialistica chiamando i seguenti numeri: 0957150323 / 3471143326.

Allergia o intolleranza alimentare

Allergia o intolleranza alimentare?

Che differenza c’è tra allergie e intolleranze? Si sente spesso parlare di allergie e intolleranze alimentari quasi come fossero sinonimi, mentre in realtà sono due patologie ben distinte, confuse, probabilmente, a causa di alcuni sintomi comuni. I due termini “allergia” e “intolleranza” indicano entrambi una reazione indesiderata del nostro organismo a una determinata sostanza, ma dal punto di vista clinico sono completamente diverse.

L’allergia alimentare è una reazione ad alimenti o a componenti alimentari (proteine) che attiva il sistema immunitario.

Quando si soffre di allergia alimentare il sistema immunitario identifica erroneamente un alimento specifico o una sostanza in esso presente come qualcosa di nocivo (allergene), per neutralizzarlo rilascia quindi anticorpi (immunoglobuline E, note anche come IgE). I sintomi dell’allergia sono dovuti al rilascio, da parte dell’organismo, di mediatori chimici (istamina) in risposta alla reazione immunitaria scatenata dagli allergeni. Tra gli allergeni alimentari più diffusi vi sono le uova, il latte vaccino, la soia, il grano, i crostacei, la frutta, le arachidi e vari tipi di noci.

Per intolleranza il concetto è diverso: il sistema immunitario non viene coinvolto, di conseguenza non si scatena una risposta immunitaria.

Già l’etimologia del termine “intolleranza” indica l’incapacità di sopportare, di tollerare: in seguito ad un’assunzione abbondante di un determinato alimento, l’organismo “si ribella” perché non riesce a digerirlo correttamente. Le intolleranze alimentari sono, quindi, dovute ad abitudini alimentari errate e abusi protratti di alcuni alimenti. Inoltre, si possono manifestare sino a 72 ore dopo l’ingestione dell’alimento con disturbi confondibili con altre sintomatologie. Un tipico esempio è l’intolleranza al lattosio: le persone che ne sono affette hanno una carenza di lattasi, l’enzima digestivo che scompone lo zucchero del latte.

L’unico fattore che accomuna, anche se solo in parte, le allergie alle intolleranze è la sintomatologia.

Comuni sono, infatti, gli effetti che si manifestano dopo una reazione allergica o un’intolleranza alimentare: dolori addominali, diarrea, nausea, gonfiore allo stomaco, prurito ed arrossamento della cute rappresentano i sintomi che si riscontrano in entrambe le problematiche. Di sicuro, comunque, i sintomi che si manifestano in un’allergia possono essere di maggior entità rispetto agli stessi che si verificano in un’intolleranza: le manifestazioni allergiche possono infatti sfociare anche in problemi respiratori, cardiorespiratori, fino alla forma più grave dello shock anafilattico.

Come devono essere trattate le allergie alimentari e le intolleranze alimentari?

Prima di tutto, è importante distinguere tra allergia e intolleranza. Il punto di partenza è un’anamnesi approfondita che indaghi, oltre ai sintomi (costrizione delle vie respiratorie, eruzioni cutanee, problemi gastrointestinali, etc.), le modalità di insorgenza e la presenza di fattori individuali favorenti lo sviluppo di un’allergia. Successivamente, dopo la visita clinica, lo specialista può procedere con il prick test che si effettua ponendo degli estratti allergenici sugli avambracci del paziente e pungendo successivamente con una lancetta o prescrivere un esame del sangue per la ricerca nel siero del paziente delle immunoglobuline IgE specifiche dirette contro l’alimento sospettato (Rast test). Infine, si può procedere con la somministrazione al paziente di piccole dosi dell’alimento sospettato (test di scatenamento) in ambiente controllato.

Va precisato che alcuni test che vengono effettuati per diagnosticare le intolleranze sono interamente privi di riscontri scientifici.

Ce ne sono vari, tutti inattendibili: test citotossico (si fa attraverso il contatto al microscopio delle cellule degli alimenti sospetti con i globuli bianchi del paziente), test del potenziale elettrico (che valutale modifiche della resistenza elettrica della cute a contatto con l’allergene), vega-test (che si effettua tramite punture della cute).

La diagnosi deve essere eseguita da un allergologo attraverso un percorso che richiede competenze specifiche ed esperienza.

Il trattamento principale dell’allergia alimentare consiste nell’evitare l’ingestione degli alimenti che causano allergia. Bisogna leggere attentamente le etichette dei prodotti commerciali che potrebbero contenere gli allergeni in tracce (ad esempio uovo o latte contenuti nei biscotti). Data la possibile gravità delle reazioni, ai pazienti con allergia alimentare è necessario prescrivere un kit di emergenza che contenga adrenalina auto-iniettabile, l’unico medicinale in grado di risolvere reazioni potenzialmente fatali. Se una persona è invece intollerante, può comunque continuare ad assumere quel dato alimento, ma a piccole dosi: a volte è suggerita l’astensione totale per brevi periodi, in modo da ricreare il patrimonio enzimatico necessario alla digestione dell’alimento.

Se sospetti di essere allergico o intollerante ad alcuni alimenti lo studio medico Malaguarnera di Catania, grazie alla presenza di specialisti in Allergologia e Nutrizione, potrà fornirti una diagnosi differenziale e il conseguente trattamento con un adeguato piano alimentare che ti permetta di evitare gli alimenti a rischio (dieta di esclusione). Prenota una visita specialistica chiamando i seguenti numeri: 0957150323 / 3471143326.

Anche l’autunno è tempo di allergie

Anche l’autunno è tempo di allergie

Se eravamo abituati a starnuti e allergie principalmente nel periodo primaverile, adesso possiamo assistere a questi fenomeni pure in pieno autunno. Il polline potrebbe essere sempre più presente nell’arco dell’anno iniziando precocemente in primavera (fino a 40 giorni prima) e allungandosi a fine estate anche tra settembre e ottobre (fino a due settimane dopo). I motivi sono molteplici ma hanno un unico comune denominatore: i cambiamenti climatici in atto.

Tra tutti i pollini di questo periodo, i più pericolosi sono generalmente quelli della parietaria e dell’ambrosia.

Quest’ultima, nello specifico, inizia la sua impollinazione ad agosto, dando il via ad un processo che può talvolta durare anche fino alle alle prime settimane dell’autunno, prolungando di fatto il tempo di esposizione dei pazienti agli allergeni.

Nel periodo autunnale non abbiamo solo allergeni esterni (outdoor) legati alla pollinazione di alcune piante, ma anche allergeni presenti negli ambienti interni (indoor). Questi ultimi infatti rispetto al periodo estivo sono meno arieggiati, di conseguenza aumenta l’umidità e con essa la concentrazione di muffe e acari della polvere.

Le muffe (Alternaria, Cladosporium, Aspergillus) possono causare reazioni allergiche, sia all’aperto e sia al chiuso, in ambienti particolarmente umidi. Le muffe possono essere responsabili di reazioni allergiche particolarmente severe: non solo oculorinite ma, in alcuni casi e nelle persone predisposte, anche violenti crisi asmatiche. Gli acari possono essere la causa di reazioni di tipo respiratorio, come rinite, rinocongiuntivite e asma, ma anche cutanee. Gli acari della polvere sono gli allergeni più frequenti nelle nostre case: sono minuscoli animali, della stessa famiglia dei ragni, non visibili a occhio nudo, che si riproducono nella polvere e si cibano del nostro epitelio di sfaldamento cutaneo. Si annidano soprattutto nei materassi, nei cuscini, nei tappeti, nelle librerie e laddove è più difficile combattere la polvere.

Quando un individuo predisposto a sviluppare allergia entra in contatto con una concentrazione elevata di allergene (pollini, muffe o acari) si determina la produzione di IgE, glicoproteine coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo contro uno specifico allergene.

Quando poi il contatto si protrae si innescano una serie di fenomeni infiammatori con rilascio di mediatori propri dell’allergia come l’istamina e interleuchine specifiche che portano alla comparsa dei sintomi. Abbiamo dunque a che fare con una rinite allergica, la quale come è noto comporta starnuti, naso gocciolante, lacrimazione, prurito agli occhi e tosse. In alcuni individui a questi sintomi diffusi si somma anche l’asma.

Test allergici ai farmaci

Una corretta diagnosi è fondamentale per identificare la vera causa dell’allergia e studiare un trattamento mirato.

Nelle malattie allergiche la prevenzione inizia con l’eliminazione dell’allergene o con la sua riduzione laddove possibile. Seguendo i calendari pollinici è possibile sapere con precisione quando i pollini delle piante a cui si è allergici sono più attivi per evitare, se possibile, l’esposizione. Per quanto riguarda l’ambiente domestico è importante ridurre la temperatura e l’umidità degli appartamenti e eliminare l’esposizione al fumo di sigaretta.

La terapia è personalizzata e dipende dal quadro del paziente. In generale, per la rinite la terapia gold standard è rappresentata da farmaci steroidi topici come gli spray nasali. In alcuni casi si può usare una terapia topica combinata steroidea e antistaminica. Per diminuire la sintomatologia correlata alla rinite (prurito del cavo orale, starnuti, prurito al naso) possono essere utili farmaci antistaminici. Per l’asma sono invece disponibili farmaci specifici: nella maggior parte dei casi il controllo della malattia si ottiene con farmaci corticosteroidei per via inalatoria che possono essere associati anche a farmaci broncodilatatori.

Se anche tu riferisci un peggioramento dei sintomi (ostruzione nasale, starnuti, naso che cola) propri delle allergie autunnali prenota una visita con il dottor Michele Malaguarnera, specialista in allergologia e immunologia di Catania, chiamando i seguenti numeri: 0957150323 / 3471143326.

Sindrome LTP allergie alimentari

Allergie alimentari? E se fosse la sindrome LTP (Lipid transfer protein)

LTP è l’acronimo di Lipid Trasfer Protein (Proteine di Trasporto dei Lipidi), piccole proteine presenti in moltissimi alimenti di origine vegetale. Si tratta di composti che svolgono un’importante funzione di difesa dagli agenti esterni e dalle infezioni, sia per la pianta che per il frutto. Per questo motivo, le LTP si ritrovano molto più facilmente negli strati esterni, ad esempio nella buccia del frutto.

Sebbene possa sembrare una sigla nuova e non molto conosciuta, in realtà l’allergia alimentare a queste proteine è una delle più frequenti nell’area del Mediterraneo raggiungendo il 2,5% della popolazione adulta e fino al 4% dei bambini.

Allergeni appartenenti alla famiglia delle LTP sono stati identificati nella frutta, compresa quella con guscio, nei vegetali, nei cereali, ma anche nei pollini e nel lattice.

Non tutte le fonti allergeniche si rendono responsabili di reazioni allergiche: queste sono scatenate in particolare dall’assunzione di frutta appartenente alla famiglia delle Rosaceae soprattutto dall’assunzione di pesca o mela, più raramente di prugna, albicocca, ciliegia, uva, pera. La pesca costituisce indubbiamente un alimento problematico per chi sospetta di essere affetto da questa allergia. È stato infatti dimostrato che questa proteina è la principale causa di orticaria da contatto della pesca in quanto la peluria di questo frutto contiene grandi quantità di LTP. Sono frequenti reazioni allergiche osservate per assunzione di frutta con guscio come nocciole, noci, arachidi.

Di solito si osservano reazioni a più di un alimento a causa della cross-reattività tra le diverse LTP.

I pazienti sensibilizzati alle Proteine di Trasporto dei Lipidi possono presentare sintomi cutanei, respiratori, gastrointestinali e sistemici, fino allo shock anafilattico.

L’espressione clinica della sensibilizzazione alla LTP è quella tipica di un’allergia IgE mediata: compare entro un brevissimo tempo dall’assunzione di un alimento che contiene l’allergene e raggiunge la massima espressione in pochi minuti e non oltre poche ore (di solito 2), con l’eccezione della forma sforzo dipendente, che può manifestarsi fino a 4 ore dopo. Le reazioni possono essere scatenate dall’incontro classico con l’allergene attraverso l’assunzione per via orale e più raramente per inalazione o contatto cutaneo. La manifestazione e la gravità dei sintomi sono estremamente variabili: accanto a soggetti sensibilizzati ma del tutto asintomatici, altri possono manifestare reazioni esclusivamente locali, come orticaria da contatto o sindrome orale allergica (SOA) e altri ancora sintomi più importanti quali vomito, dolori addominali violenti, orticaria, angioedema, asma e reazioni sistemiche fino allo shock anafilattico.

Come per altre allergie IgE mediate, il sospetto diagnostico di allergia alle LTP si basa sull’associazione della positività delle IgE specifiche e di una storia clinica positiva per una recente reazione allergica dopo assunzione di un alimento (soprattutto frutta e verdura) che contenga LTP.

La dimostrazione della sensibilizzazione allergica può essere ottenuta sia con i test cutanei (prick test) che con il dosaggio delle IgE specifiche su siero.

Come tutte le allergie alimentari una rigorosa dieta di eliminazione è necessaria per evitare che si manifestino reazioni allergiche.

Le LTP sono proteine termoresistenti e gastroresistenti, per cui l’allergenicità non viene ridotta dalla cottura o dai succhi gastrici dello stomaco. Per questo è bene evitare l’assunzione e/o associazione degli alimenti crudi o cotti contenenti LTP specificati dal medico sulla base della storia clinica, della risposta ai test allergologici, all’omologia di struttura e/o alla concentrazione di LTP. Si raccomanda di assumere frutta fresca, precedentemente tollerata, sempre dopo averla lavata e sbucciata accuratamente.

Non dovranno essere assunti alimenti contenenti LTP in associazione a F.A.N.S. e/o alcolici.

Data la diffusa distribuzione delle LTP nel mondo vegetale e la varietà di espressione clinica che caratterizza l’allergia alle LTP, sono necessarie conoscenze allergologiche approfondite per una gestione ottimale di tale condizione clinica.

Lo studio medico Malaguarnera di Catania, grazie alla presenza di specialisti in Allergologia e Nutrizione, permette una buona formazione del paziente con un piano alimentare che gli permetta di evitare gli alimenti a rischio e, in caso di necessità, di riconoscere le reazioni allergiche e gestirle in base alla gravità.
Prenota una visita specialistica chiamando i seguenti numeri:
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Orticaria cosa fare

Cosa fare se si ha l’orticaria?

manifestazioni cutanee più comuni: frequentemente è superficiale (epidermica), può apparire su una parte limitata del corpo (localizzata) o essere distribuita su grandi aree (diffusa). Quando colpisce gli strati più profondi della pelle si parla di angioedema.

I soggetti allergici hanno un rischio maggiore di manifestare orticaria.

La causa più comune è rappresentata da reazioni allergiche a farmaci oppure ad alimenti, che stimolano l’organismo a rilasciare sostanze chimiche in grado di innescare la comparsa di gonfiore e rossore diffuso. Può tuttavia essere causata anche da infezioni, stress ed altro.

Possiamo distinguere due casi principali:

  • orticaria acuta, se il fenomeno sparisce nell’arco di sei settimane;
  • orticaria cronica, se persiste più a lungo (talvolta anche per anni).

Mentre l’orticaria acuta è frequentemente causata da una reazione di tipo allergico, la forma cronica ha spesso una causa autoimmune.

Circa il 70% degli episodi di orticaria si manifesta in forma acuta. Insorge rapidamente, raggiungendo il picco in 8-12 ore, per poi guarire spontaneamente entro uno o due giorni.

Possono essere causa di orticaria acuta:

  • Alimenti. Ogni alimento può scatenare un’allergia, ma quelli a maggior rischio sono molluschi, pesce, frutta a guscio, uova, cioccolata, latte.
  • Farmaci. Potenzialmente tutti i farmaci possono causare l’orticaria, ma tra quelli più comunemente coinvolti troviamo antibiotici e antinfiammatori (come aspirina, ibuprofene).
  • Altri allergeni: polline, forfora degli animali, lattice, punture d’insetto.
  • Fattori fisici: caldo e/o freddo, luce solare, contatto con l’acqua (orticaria acquagenica), pressione sulla pelle, stress, esercizio fisico.

In caso di allergie alimentari e a fattori ambientali, i segni si manifestano entro pochi minuti o alcune ore dopo l’ingestione o il contatto con l’agente scatenante. La maggior parte delle allergie si presenta in forma lieve, ma in alcuni casi, l’orticaria acuta può essere il sintomo di una grave reazione allergica, nota come anafilassi o shock anafilattico. Questa evolve con dispnea, debolezza e collasso, e deve essere sempre trattata come un’emergenza medica.

Si stima. Invece, che circa un caso su tre delle forme croniche abbia causa autoimmune, correlata per esempio a lupus o artrite reumatoide. Più raramente, può essere dovuta ad altre malattie e infezioni croniche: malattie della tiroide, tumori (linfoma, carcinoma polmonare), celiachia, epatite, parassiti intestinali.

Dopo l’anamnesi e l’esame dei segni e dei sintomi dell’orticaria, di solito il processo diagnostico prevede il ricorso a test allergologici.

Questo tipo di test sono generalmente eseguiti su sangue o pelle, e hanno lo scopo di appurare se l’orticaria è dovuta ad allergeni. In caso di orticaria cronica, dal momento che è altamente improbabile che la causa sia di natura allergica, i test allergologici non sono di grande utilità. Quando i pazienti non rispondono al trattamento, o presentano sintomi gravi e ricorrenti, è necessario ricorre a esami più approfonditi, come: esame emocromocitometrico completo (che consente di individuare anomalie nelle cellule del sangue), VES o velocità di sedimentazione degli eritrociti (che permette di identificare eventuali infiammazioni o condizioni autoimmuni), esame delle feci, test della tiroide, test della funzionalità epatica, biopsia cutanea.

Molti casi di orticaria non richiedono alcun trattamento, in quanto i sintomi sono lievi e tendono a risolversi entro pochi giorni.

La terapia di elezione, quando necessaria, è rappresentata dagli antistaminici: vengono somministrati per via orale e sono, come indica il nome stesso, capaci di inibire il rilascio di istamina, riducendo prurito e rash cutaneo, e alleviando i sintomi. Nei casi di sintomi più gravi, come intensità e/o durata, il medico potrebbe decidere di ricorrere a un breve ciclo di corticosteroidi per via sistemica, per le loro proprietà antinfiammatorie e antiallergiche.

Allergia al lattice precauzioni da prendere in cucina

Allergia al lattice: quali precauzioni prendere in cucina?

Guanti, elastici, preservativi. Non basta depennare questi oggetti dall’uso quotidiano per sfuggire ad ogni pericolo. L’allergia al lattice impone attenzione anche a tavola. Il motivo è la cross-reattività legata alla presenza negli alimenti di proteine dalla struttura simile a quella degli allergeni del lattice.

La contemporanea allergia al lattice e ad alcuni tipi di frutta viene riconosciuta con il nome “sindrome latex-fruit”

Alcune persone con allergia al lattice possono manifestare anche delle sensibilizzazioni nei confronti di certi alimenti, specialmente di origine vegetale, che contengono proteine simili a quelle del lattice. Un’allergia di tipo inalante come quella al lattice, quindi, potrebbe creare problemi anche consumando degli alimenti che nulla sembrano avere a che fare con questo materiale usato soprattutto in ambito sanitario.

Le più comuni allergie lattice-correlate sono quelle a noci e banane, ma anche altri tipi di vegetali:

  • kiwi

  • ananas

  • avocado

  • melone

  • pesca

  • fico

  • frutto della passione

  • mango

  • patata

  • pomodoro

  • nocciole

  • arachidi

  • castagne

Una ricerca pubblicata sulla rivista Biochemical Society Transactions stima che circa il 30-50% degli allergici al lattice manifesti sensibilità verso alimenti di origine vegetale.

In genere, l’allergia al lattice scatena sintomi prettamente cutanei (orticaria, angioedema, arrossamento, vescicole, eritemi), spesso associati a deficit respiratori (asma, rinite, ipossia, dispnea). Ma può anche indurre sindrome orale allergica e shock anafilattico.

In caso di sospetto di allergia al lattice è necessario eseguire una visita allergologica

Successivamente ad un’anamnesi specifica il sospetto può essere verificato mediante test cutanei ed ematici. Il test cutaneo consiste in un prick test con estratto di lattice standardizzato. Nel caso in cui non risulti eseguibile o risulti negativo a fronte di un consistente sospetto clinico, l’allergia può essere indagata con un prelievo per dosare le IgE specifiche per il lattice e per i suoi principali allergeni. Se entrambi i test risultano negativi, ma rimane il sospetto, si può eseguire un test di provocazione generalmente verificando gli effetti dell’uso di un guanto in lattice sotto controllo clinico.

Per l’allergia al lattice non esiste al momento una cura risolutiva. Quindi, chi ne soffre deve per prima cosa evitare qualsiasi contatto con oggetti in lattice ed alimenti che possono scatenare la cross-reattività

Vista la gravità dei disturbi provocati dalla sindrome latex-fruit si raccomanda l’eliminazione dei frutti e dei vegetali “incriminati” una volta giunti a diagnosi, così come avviene nelle allergie alimentari tradizionali. In caso di sintomi si può ricorrere immediatamente a farmaci antistaminici per bocca e a quelli a base di cortisone. Chi per lavoro è a rischio di contatto o inalazione del lattice si consiglia l’immunoterapia specifica (ITS), sublinguale, che però può essere usato solo in casi molto particolari e sotto la supervisione del medico.

Lo Studio Medico Malaguarnera di Catania, grazie alla sinergia dello specialista allergologo e del nutrizionista, è in grado di offrire la migliore risposta per la diagnosi e la cura dell’allergia al lattice che richiede un approccio multidisciplinare.

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Cosa fare in caso di rinite e congiuntivite allergica

Cosa fare in caso di rinite e congiuntivite allergica

La rinite allergica è un’infiammazione della mucosa nasale provocata dalla risposta eccessiva del sistema immunitario verso un allergene presente nell’ambiente. Nei soggetti allergici, ciò si traduce nel rilascio di istamina, una sostanza che ha un effetto irritante sulla mucosa nasale e sulle vie aeree causando gonfiore e produzione eccessiva di muco.

Pollini (graminacee, betullacee, olivo, parietaria), acari della polvere, alternaria (muffa), epitelio di cane e gatto: sono i principali allergeni incriminati.

La rinite allergica è una condizione molto comune che provoca sintomi simili al raffreddore come starnuti, prurito, naso chiuso e produzione di muco, a cui spesso si associa arrossamento e prurito della congiuntiva.

La congiuntivite allergica è un processo infiammatorio a carico della congiuntiva che si manifesta con arrossamento, prurito, gonfiore, lacrimazione e secrezioni viscose.

Questi disturbi, di solito, iniziano subito dopo l’esposizione a un allergene. Si può soffrire di rinite e/o congiuntivite allergica in alcuni mesi dell’anno, nel caso di allergeni stagionali (ad esempio, i pollini), oppure tutto l’anno nel caso di allergeni non legati alla stagione (ad esempio, gli acari della polvere).

La rinite allergica, oltre alla congiuntivite, è spesso associata ad asma, otite, polipi nasali, sinusite e disturbi del sonno, quali apnea notturna e russamento.

Il ristagno delle secrezioni con possibile sovra-infezione batterica, nei soggetti con rinite allergica, a livello dei seni paranasali determina fenomeni sinusitici. L’infiammazione costante può contribuire anche allo sviluppo di poliposi nasale. I polipi sono modificazioni della mucosa nasale che persistono e si ingrandiscono e anatomicamente portano a ostruzione delle cavità nasali con grossi problemi disventilatori spesso associati ad asma.

La rinite allergica, con i suoi classici sintomi simili a quelli di un raffreddore, viene spesso sottovalutata.

Per poter individuare le cause, gestire i sintomi e avere una buona qualità della vita, il primo passo è proprio quello di rivolgersi a uno specialistica allergologo, il quale avrà modo di accertare la diagnosi e individuare gli allergeni responsabili mediante appositi test sierologici e cutanei.

Il prick test viene eseguito a livello ambulatoriale, in pochi minuti, ed è assolutamente non invasivo ed indolore.

Il test si esegue applicando una goccia di allergene sulla cute dell’avambraccio e pungendo leggermente la cute con un’apposita lancetta. Se il test è positivo, nel giro di alcuni minuti compare un piccolo rigonfiamento pruriginoso nel punto in cui è stato applicato l’allergene.

Una volta confermata l’allergia è bene adottare le misure di prevenzione per evitare o ridurre il contatto con l’allergene. Nella maggior parte dei casi la terapia farmacologica è orientata alla regressione e al controllo dei sintomi. L’allergia altro non è che una risposta eccessiva da parte del sistema immunitario a un mediatore dell’infiammazione che è l’istamina, quindi il cardine della terapia farmacologica è l’antistaminico.

Sulla base dei sintomi e dei test allergologici si può anche ricorrere all’immunoterapia specifica.

Chiamato volgarmente vaccino antiallergico, è al momento secondo le linee guida internazionali EAACI, il trattamento d’elezione per almeno più della metà dei pazienti con problemi allergici. L’immunoterapia consiste nell’esporre la persona a quantità sempre maggiori di allergene nel tentativo di modificare la risposta del sistema immunitario. Varie analisi hanno concluso come l’immunoterapia specifica sia efficace nel trattamento della rinite e congiuntivite allergica nei bambini e negli adulti. I benefici possono durare per anni dopo che il trattamento è stato interrotto.

Cosa si intende per cross-reattività

Cosa si intende per cross-reattività

Con l’arrivo della primavera l’aria si caricherà di pollini. Coloro che soffrono di allergia lo sanno bene: inizieranno a lacrimare, a starnutire e tossire. Ma non solo. Una discreta percentuale di soggetti allergici potrà accusare qualche problema a tavola a causa delle cosiddette cross-reattività o reattività crociate. Questo è il fenomeno per cui sostanze diverse, aventi molecole antigeniche comuni, possono provocare sensibilizzazioni e reazioni crociate tra di loro. Tra pollini diversi, tra vegetali diversi, ma anche tra pollini e alimenti di origine vegetale.

La cross-reattività è, dunque, una reazione del sistema immunitario provocata dalla combinazione di due o più allergie.

Il 70% delle persone allergiche ai pollini soffre di reazioni crociate con gli alimenti. Non solo, spesso anche chi è allergico agli acari della polvere soffre di reazioni allergiche nei confronti di alcuni alimenti. Alla loro base c’è una risposta immunitaria nei confronti di proteine simili fra loro.

Tra le allergie crociate più diffuse c’è quella tra il polline di betulla e la mela, che si osserva in circa il 30% dei pazienti allergici al polline dell’albero.

Le prime manifestazioni si riscontrano dopo pochi minuti dal contatto. I sintomi sono:

  • prurito al palato;
  • gonfiore alle labbra;
  • edema alla glottide.

In generale si parla di “sindrome orale allergica”, una situazione caratterizzata da irritazione a labbro e cavo orale. Meno spesso in chi è allergico al polline il consumo di alcuni alimenti vegetali può causare manifestazioni cutanee o disturbi respiratori (asma). Nei casi più gravi la reazione allergica può manifestarsi con uno shock anafilattico.

Quali sono le cause delle allergie crociate?

Le allergie sono causate da una risposta eccessiva del sistema immunitario nei confronti di sostanze normalmente non pericolose per l’organismo. A scatenare questa risposta sono porzioni delle proteine presenti nella sostanza cui si è allergici. Nel caso delle allergie crociate questi frammenti sono presenti in proteine di origine diversa. Può ad esempio accadere che il sistema immunitario reagisca non soltanto ai pollini di alcuni alberi, graminacee o altre piante, ma anche ai componenti di alcuni vegetali in cui sono presenti allergeni simili. La diagnosi viene di solito formulata con l’ausilio di un test allergologico.

Quali sono le cross-reattività più frequenti?

  • I pollini di graminacee crociano con anguria, melone, agrumi, prugna, pesca, albicocca, ciliegia, kiwi, mandorla, pomodoro;
  • i pollini di parietaria crociano con gelso, basilico, pisello, melone;
  • i pollini di betulacee crociano con mela, pera, fragola, lampone, prugna, pesca, albicocca, ciliegia, mandorla, sedano, finocchio, carota, prezzemolo, kiwi, arachide, noce, nocciola.
  • i pollini di composite crociano con miele di girasole o di tarassaco, camomilla, olio e semi di girasole, margarina, dragoncello, genepì, lattuga, cicoria, sedano, finocchio, carota, prezzemolo, anguria, melone, mela, castagna, pistacchio, banana, arachide, noce, nocciola;

Come curare queste allergie?

Il modo migliore e più sicuro è quello di evitare gli alimenti che potrebbero scatenare una reazione orale allergica durante il periodo di pollinazione. Nel caso in cui i sintomi fossero già presenti può essere utile assumere un antistaminico. In caso di reazioni gravi può essere necessaria un’iniezione di emergenza di epinefrina (nota anche come adrenalina).

È dimostrato inoltre da numerosi studi clinici che effettuare una Terapia Iposensibilizzante allergica per l’allergene responsabile può condurre a numerosi benefici nel tempo e far si che si possa riprendere ad assumere gli alimenti.