Ritenzione idrica e gambe gonfie d'estate: che fare?

Ritenzione idrica e gambe gonfie d’estate: che fare?

Benvenuta estate! Godiamocela senza problemi di ritenzione idrica, gambe gonfie e pesanti. Può capitare che in estate, complici il caldo e gli indumenti un po’ più stretti, le gambe e le caviglie si gonfino: non è soltanto un problema estetico, bensì anche di salute. Ed è per questo che è importante agire subito, per ripristinare il corretto microcircolo sugli arti inferiori e sentirsi subito meglio. Mangiare in modo sano, evitando in particolare di salare troppo le pietanze e, in generale, di consumare cibi industriali (salumi, formaggi stagionati, pesce affumicato, salatini, frutta secca tostata e salata), è il primo passo.

Perché in estate si gonfiano le gambe?

Molte donne soffrono di gambe e caviglie gonfie, per via di situazioni quali la lunga sedentarietà o, al contrario, il tanto tempo passato in piedi, l’uso di indumenti troppo stretti o di scarpe non adatte. In estate, il problema si intensifica: le alte temperature provocano la dilatazione delle vene e indeboliscono le piccole valvole deputate a regolare il flusso sanguigno di ritorno verso il cuore. In questo modo, il sangue tende ad avere più difficoltà nel salire e ristagna proprio su gambe e caviglie, dando vita a ritenzione idrica e veri e propri edemi. Questi gonfiori anomali sono senza alcun dubbio molto fastidiosi, perché danno la sensazione di avere le gambe gonfie, pesanti e, in alcuni casi, doloranti.

Che cos’è la ritenzione idrica?

La ritenzione idrica è un disturbo molto diffuso tra la popolazione, specialmente tra quella femminile. È caratterizzata da un accumulo di liquidi nello spazio extracellulare e quindi nell’interstizio, ovvero lo spazio tra le varie cellule dei tessuti. Questo è in parte dovuto ad uno scarso drenaggio del tessuto linfatico oppure all’aumento del contenuto di sodio nella matrice extracellulare, che richiamando acqua fa sì che si accumulino dei liquidi in eccesso. Questo fenomeno può tradursi nel tempo con la formazione di un vero e proprio edema tissutale. La ritenzione idrica può essere generalizzata quando riguarda tutto l’organismo oppure localizzata se l’accumulo di liquidi si osserva specialmente in aree specifiche del nostro organismo, solitamente addome o arti inferiori. I liquidi che non vengono correttamente smaltiti a causa di un’alterata funzionalità del sistema venoso o dei vasi linfatici tendono a ristagnare. Questo si traduce prevalentemente nel gonfiore eventualmente associato a dolore, rigidità articolare, ma anche ad un aumento o variazioni nelle fluttuazioni del peso corporeo, della massa corporea e talvolta, se in presenza di una infiammazione cronica, della formazione della cellulite.

Quali sono le cause?

In assegna di gravi patologie importanti, la causa principale della ritenzione idrica è uno stile di vita sbagliato. Dieta disordinata, abuso di caffè, di alcolici, fumo, sovrappeso, stare troppo tempo seduti o in piedi, mettere vestiti troppo stretti o tacchi alti, ecc. Anche il caldo, l’arrivo del ciclo mestruale, l’assunzione della pillola anticoncezionale e di alcuni farmaci come gli antipertensivi possono portare alla formazione della ritenzione idrica. Tra le cause più frequenti troviamo:

  • dieta non equilibrata, ricca di alimenti salati o contenenti caffeina;
  • abuso di alcolici:
  •  stile di vita particolarmente sedentario che può influire negativamente sulla circolazione linfatica, responsabile della rimozione di liquidi e tossine in eccesso;
  • cattivo funzionamento della circolazione sanguigna (venosa in particolare) e linfatica;
  • uso frequente e/o prolungato di trattamenti farmacologici tra i quali antinfiammatori, cortisonici, terapia ormonale sostitutiva in menopausa.

Ritenzione idrica e cellulite sono la stessa cosa?

Cellulite e ritenzione idrica non sono la stessa cosa, ma potremmo definirle come due facce della stessa medaglia. La ritenzione idrica è infatti un fattore predisponente all’insorgenza della cellulite, che per strutturarsi ha bisogno di altre componenti di natura strettamente pro-infiammatoria. Molte donne spesso attribuiscono alla ritenzione idrica e alla cellulite un aumento di peso. In assenza di patologie importanti, la ritenzione idrica non causa un gran aumento del peso, anzi in molti casi la ritenzione idrica è conseguenza di un sovrappeso. Con il sovrappeso si altera la circolazione venosa con conseguente ristagno dei liquidi.

Cosa possiamo fare per contrastare la ritenzione idrica?

Nella maggior parte dei casi si tratta di squilibri dovuti soltanto a uno scorretto stile di vita e cattive abitudini alimentari, che sono perciò facili da prevenire e da risolvere con piccole attenzioni quotidiane.

  • Bere molta acqua, almeno 2 litri di acqua al giorno specialmente in estate;
  • mangiare frutta e verdura di stagione, in particolare quella ricca di vitamina C che aiuta a proteggere i capillari sanguigni. Via libera dunque ad agrumi, ananas, kiwi, fragole, limoni, lattuga, radicchio, asparagi, broccoli, ecc.
  • seguire una dieta povera di sodio. A tal proposito, è necessario ricordare che cinque grammi di sale da cucina corrispondono a circa due grammi di sodio, ovvero la quantità massima giornaliera consigliata. Si può sostituire il sale con spezie ed erbe aromatiche;
  • consumare cibi naturalmente diuretici. Alcuni alimenti aiutano il corpo a liberarsi dell’acqua che non riesce a entrare dentro le cellule. Asparagi, finocchi, ananas, cavolfiori, caffè e tè verde sono diuretici naturali che possono liberare dai liquidi in eccesso;
  • limitare o evitare cibi raffinati, insaccati e dolci (salumi, tonno e carne in scatola, formaggi stagionati, merendine, snack, salatini, patatine ecc.);
  • avere uno stile di vita attivo. Dedicare una parte della giornata alla camminata o all’attività fisica moderata (e quindi non traumatica) aiuta la circolazione al livello del tessuto linfatico con benefici che si apprezzano su tutti i distretti corporei, in particolare agli arti inferiori.
  • indossare indumenti comodi: banditi gli abiti troppo stretti e attillati che non permettono un’ottima circolazione del sangue. Evitare anche i tacchi molto alti.
Celiachia

Celiachia: alimentazione senza glutine come terapia

Che si tratti di celiachia, allergia al grano o di sensibilità al glutine, la terapia è sempre la stessa: l’esclusione del glutine dall’alimentazione. L’attuazione pratica però varia a seconda della patologia: in presenza di celiachia la sospensione del glutine dalla dieta è a tempo indeterminato: il soggetto celiaco non deve ingerire alimenti contenenti anche solo minime tracce di glutine. In presenza di una sensibilità al glutine non celiaca, la dieta senza glutine può essere interrotta anche se generalmente andrebbe rispettata per un periodo che va da uno a due anni. L’allergia al grano obbliga a temporanee rinunce agli alimenti contenenti glutine.

La celiachia è una malattia autoimmune causata da un’eccessiva reazione del sistema immunitario al glutine e/o alla gliadina, proteine contenute nel grano, orzo e segale.

Si manifesta con diarrea cronica, perdita di peso e altri sintomi clinici, quali fatica cronica, anemia, rash cutaneo e dolori addominali. In alcuni casi, però, può anche essere “silente”, senza sintomi gastrointestinali o di altra natura, e può comportare danni intestinali continui dovuti alla cattiva assimilazione dei nutrienti. Questo perché, nella celiachia, le proteine complesse del grano, della segale e dell’orzo innescano l’attacco del sistema immunitario ai danni dell’intestino tenue: ecco la ragione per cui se non diagnosticata e curata con attenzione, può portare allo sviluppo di altre patologie autoimmuni, tra cui il diabete di tipo I, ma anche osteoporosi, infertilità, danni neurologici e, in rari casi, al cancro.

L’unica terapia per la celiachia consiste nell’escludere il glutine dalla propria dieta a tempo indeterminato.

Il passaggio a una nuova dieta rappresenta un cambiamento significativo per il paziente affetto da celiachia. Con i bambini è necessario che l’intera famiglia sia istruita sulla dieta. Anche nonni, amici e parenti, educatori e insegnanti devono essere informati per evitare di commettere errori. Una consulenza nutrizionale e informazioni pratiche sul passaggio a una dieta senza glutine aiutano il paziente a tenere sotto controllo la sua malattia.

Si inizia adottando un regime alimentare equilibrato e sano che consideri sia i prodotti gluten-free attualmente in commercio (identificabili con una spiga di grano sbarrata, logo dell’Associazione Italiana Celiachia – AIC), sia i cibi naturalmente privi di glutine. Ma è bene, oltre al tipo di alimento, fare attenzione a come si confezionano e preparano i cibi anche a casa.

Ecco alcuni consigli utili per una dieta gluten-free:

  • leggere bene le etichette: a rischio i prodotti che possono contenere il glutine la cui presenza può essere accertata sul prontuario AIC o sulle confezioni dei prodotti che devono riportare le frasi ‘non contiene fonti di glutine’ o ‘senza glutine’;
  • lavare le mani: dopo qualsiasi lavorazione con alimenti che contengono glutine è necessario lavarsi sempre le mani accuratamente;
  • luogo di lavorazione pulito o ad uso esclusivo: pulire con cura ogni superficie da eventuali residui di sostanze a rischio prima di cimentarsi nella preparazione di pietanze gluten-free;
  • attrezzi puliti o dedicati: particolare attenzione va posta anche alle attrezzature (padelle, teglie, griglie, friggitrici, piastre, impastatrici), minuterie (spatole, coltelli, cucchiai, mestoli e apriscatole) o contenitori da possibili occasioni e fonti di contaminazione. Anch’essi dovranno essere lavati a fondo o dedicati ad uso esclusivo;
  • acqua di cottura non contaminata: i cibi senza glutine non dovranno essere cotti in pentole con acqua precedentemente utilizzata per pasta contenente questa sostanza, né per lessare verdure, o allungare risotti, sughi e preparazioni dedicate al celiaco;
  • olio non utilizzato in precedenza: anche l’olio di frittura non deve essere stato utilizzato in precedenza per alcun prodotto contenente glutine;
  • uso del forno esclusivo: si consiglia di utilizzare il forno per la cottura dei cibi con e senza glutine in tempi diversi.
Difese immunitarie e nutrizione

Difese immunitarie: come rafforzarle con alimentazione

L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale nel rafforzare le difese immunitarie e prevenire i malanni di stagione. Scegliendo con attenzione i cibi che si consumano ogni giorno, si fornisce il giusto nutrimento alle cellule, si contrasta l’infiammazione che è alla base di molti disturbi e si stimolano le difese naturali tenendo lontani raffreddori e influenza.

Il sistema immunitario rappresenta la nostra linea di difesa contro le minacce provenienti dall’ambiente esterno (virus, batteri, parassiti), ma anche dall’interno (cellule tumorali, cellule malfunzionanti).

Le cause principali dell’indebolimento delle nostre linee di difesa sono: stress, alcune patologie (raffreddore), l’uso smodato degli antibiotici, svariati fattori ambientali (freddo, umidità, cambio di stagione, eccessiva esposizione solare), un’alimentazione non adeguata, scarso riposo notturno, sedentarietà, affaticamento fisico e l’avanzare dell’età.

Il modo migliore e più efficace per rafforzare le difese immunitarie è adottare uno stile di vita sano, il che comporta: una dieta ricca di frutta e verdura, l’esercizio fisico regolare, non fumare, non eccedere nell’uso di sostanze alcoliche, mantenere sotto controllo il peso corporeo e la pressione arteriosa, dormire almeno 7-8 ore per notte, e osservare scrupolosamente le norme di corretta igiene personale.

Una dieta bilanciata, ricca di fibre e con il giusto apporto di vitamine e micronutrienti, può essere un valido alleato per la salute del sistema immunitario.

Il concetto stesso di “potenziamento” del sistema immunitario attraverso determinate scelte nutrizionali può essere fuorviante, in quanto pare alludere alla necessità di dover “sovraccaricare” le difese dell’organismo per renderle più efficienti. In realtà, l’obiettivo principale di un regime alimentare adeguato dovrebbe essere quello di fare in modo che il sistema immunitario abbia tutto ciò di cui ha bisogno per funzionare in modo ottimale.

In questo senso, evidenze scientifiche indicano che la carenza di alcuni micronutrienti può compromettere l’efficienza delle difese immunitarie, tra questi, le vitamine A, B6, B9, B12, C, D ed E, nonché zinco, selenio, ferro e rame, Alcuni studi suggeriscono che un consumo eccessivo di zuccheri o una dieta ricca di farine raffinate possono “indebolire” il sistema immunitario, deprimendo alcune sue funzioni e creando uno stato infiammatorio di base che, alla lunga, costituisce terreno fertile per lo sviluppo di varie malattie degenerative: ciò sembra essere causato sia da un effetto diretto di queste sostanze sul metabolismo, sia da azioni indirette come l’accumulo adiposo e la modulazione in senso negativo della flora intestinale.

Negli ultimi anni, l’attenzione scientifica si è concentrata sullo studio del microbiota intestinale e sui legami tra la sua composizione e lo stato di salute degli individui.

Il termine microbiota indica tutti i microorganismi “buoni” che compongono la flora batterica e che sono coinvolti non soltanto nei processi digestivi, ma anche nel regolare il buon funzionamento dell’organismo: un microbiota sano aiuta a proteggere da germi patogeni esterni, a mantenere l’integrità della barriera intestinale e a stimolare il sistema immunitario quel tanto che basta a mantenerlo attivo ed efficiente. Microbiota e sistema immunitario, quindi, interagiscono tra di loro e qualunque elemento condizioni le caratteristiche di tale interazione o la composizione della flora intestinale non può che influenzare anche la risposta immunitaria dell’organismo.

Per questo è bene garantire un corretto apporto di fibra: questa parte di cibo che noi non riusciamo a digerire, infatti, rappresenta il nutrimento principale e preferito dalla nostra flora batterica intestinale e la aiuta a proteggerci dagli agenti esterni addestrando meglio il nostro sistema immunitario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), suggerisce per un individuo sano in età adulta un consumo giornaliero di almeno 25 g di fibre: una mela di 100 g, ad esempio, contiene in media circa 2.5 g di fibre, mentre un quantitativo analogo di legumi, come le lenticchie, può presentarne anche il triplo. Inoltre, per aumentare l’apporto giornaliero di fibre, è utile preferire pane e pasta integrali, evitando prodotti a base di farine raffinate.

Ci sono una serie di alimenti che svolgono un’azione immunomodulante ed antinfiammatoria, in grado cioè di garantire un adeguato funzionamento dei sistemi di difesa e di protezione dell’organismo.

Vitamina C

Risulta particolarmente prezioso l’apporto di tutti i vegetali ricchi in vitamina C. La Vitamina C è un potente antiossidante, contribuisce al sostegno del sistema immunitario e alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo. È contenuta soprattutto nelle verdure della famiglia delle crucifere come broccoli e cavolfiori oppure negli agrumi, nei kiwi e nell’uva. Ottime quindi spremute, centrifughe, frullati o smoothies di frutta e verdura, magari con aggiunta di zenzero fresco: un vero toccasana per le nostre difese immunitarie in vista dell’arrivo dell’inverno. Anche la Vitamina D svolge un ruolo fondamentale: aiuta le cellule a reagire e combattere le infezioni che minacciano l’organismo, partecipando al mantenimento della normale funziona del sistema immunitario. Gli alimenti di origine animale più ricchi di vitamina D sono l’olio di fegato di merluzzo, i pesci grassi (sgombro, sardina, tonno e salmone), gamberi, tuorlo d’uovo, formaggi e burro. I funghi rappresentano l’unica fonte vegetale. La fonte principale di questa preziosa vitamina, tuttavia, rimane il sole: è fondamentale una esposizione solare di almeno mezz’ora al giorno. Lo zinco svolge un’ampia gamma di ruoli biologici, tra i quali spicca l’azione di supporto al sistema immunitario. È essenziale per il sistema immunitario in quanto necessario per la funzionalità di molti enzimi ad esso legati ma anche per la sua capacità di controllare la produzione dei cosiddetti ROS, ovvero le specie reattive dell’ossigeno, che generano lo stress ossidativo responsabile dell’invecchiamento precoce delle cellule e di una diminuita capacità di reattività delle cellule immunitarie. Le fonti alimentari di zinco sono la carne, il pesce, i latticini, i legumi, le noci e le arachidi. Anche gli Omega-3 sono fondamentali per controllare i livelli di infiammazione: sono reperibili soprattutto nel pesce, nella frutta secca e negli oli vegetali.

Spesso solo con l’alimentazione non si riesce ad assumere queste sostanze in quantità adeguate. Ecco allora che si ricorre agli integratori.

Attenzione, però, ogni supplementazione attraverso l’assunzione di integratori alimentari, soprattutto se finalizzata all’immunostimolazione, deve essere rigorosamente personalizzata e gestita da uno specialista. Nessun supplemento, infatti, potrà mai compensare uno squilibrio nutrizionale.

Se anche tu vuoi potenziare il tuo sistema immunitario in vista dell’inverno prenota una visita con il dottor Stefano Malaguarnera, Biologo Nutrizionista di Catania, chiamando i seguenti numeri: 0957150323 / 3471143326.

Carboidrati

Carboidrati sì, carboidrati no? Facciamo chiarezza

Prima è stata la volta della dieta con contenuto di grassi ridotto. Meno grassi, più facile perdere peso: era questa la convinzione diffusa su larga scala. Poi, a partire dagli anni Novanta, è scoccata la moda alimentare del «low carb»: un taglio netto ai carboidrati avrebbe permesso di dimagrire con molta facilità. Ma né l’una né l’altra sono la strada giusta da seguire: questi regimi non sono in grado di assicurare all’organismo il corretto apporto di nutrienti per mantenerlo in salute.

I carboidrati sono la principale fonte energetica del nostro corpo. Si trovano nella pasta, nel pane, nel riso ma anche in frutta, verdura e legumi.

Una prima classificazione divide i carboidrati in semplici (frutta), quelli che il nostro organismo può utilizzare immediatamente, e complessi (cereali, patate, prodotti da forno) che devono essere prima scissi nei loro elementi base. Secondo le linee guida nazionali del Ministero della Salute, i carboidrati dovrebbero occupare tra il 45% ed il 60% delle calorie quotidiane. Oltre alla loro funzione energetica i carboidrati hanno, grazie alle fibre contenute, molteplici effetti benefici.

La letteratura scientifica consiglia in ogni fascia di età di assumere carboidrati ogni giorno: una porzione a colazione, una a pranzo e una più ridotta a cena.

Nonostante questo, emergono costantemente sui social, giornali, radio o programmi TV, nuove diete che considerano i carboidrati il nemico della perfetta forma fisica.

Ecco quindi poche regole da seguire per inserire i carboidrati nella dieta:

A colazione

Privilegiare pane, fette biscottate, cereali integrali, torte casalinghe, biscotti secchi, gallette, tutti cibi “carburante” che permettono di affrontare la giornata e prevenire, nel lungo termine, il rischio di sovrappeso.

A pranzo

Servire una porzione di pasta alternata ad altri cereali, ricordando di proporre anche quella integrale.

A cena

Preparare un primo in brodo come vellutate, zuppe e minestre aiuta a inserire la parte più ridotta di carboidrati, data da crostini fatti in casa, pastina, orzo, farro, patate o un panino.

Due spuntini a base di frutta completano l’apporto richiesto di carboidrati.

L’alimentazione consigliata dalla letteratura scientifica si discosta molto dagli estremismi che decanta il regime «low carb». Questa pericolosa moda è nata in America negli anni Novanta come rimedio al dilagare dell’obesità.

Le diete a basso contenuto di carboidrati, se estremizzate, possono dunque aumentare il rischio cardiovascolare e arrecare danni al fegato e ai reni.

Senza trascurare, per i più integralisti della linea, l’«effetto yo-yo»: tanto velocemente i chili vanno via all’inizio e con altrettanta facilità possono ritornare nel medio e lungo periodo. Per chi desidera perdere peso il consiglio è quello di ridurre le porzioni, seguire lo schema alimentare di tipo mediterraneo e incrementare l’attività fisica, senza però rinunciare ad alcun nutriente.

Una consulenza nutrizionale è il primo passo per correggere le abitudini alimentari e prevenire disturbi come diabete e problemi cardiovascolari che possono insorgere nel tempo.

Dieta Chetogenica

Dieta chetogenica: come funziona e a chi è consigliata

Ultimamente si sente sempre più spesso parlare di dieta chetogenica. Ma questo regime alimentare è accompagnato da tantissimi interrogativi: Fa perdere peso? Quali sono i vantaggi? Possono esserci delle controindicazioni o effetti collaterali? È adatto a tutti? Se c’è una dieta la cui natura è spesso fraintesa è proprio la dieta chetogenica. Esaltata da alcuni come mezzo efficacissimo per il dimagrimento, demonizzata da altri, è in realtà uno strumento importante che utilizzato con le dovute precauzioni e sempre sotto controllo medico può garantire risultati rilevanti dove altri metodi spesso falliscono.

La premessa su cui si basa la dieta chetogenica è la capacità del nostro organismo di utilizzare con grande efficacia le riserve lipidiche quando la disponibilità di carboidrati viene notevolmente ridotta.

Secondo le linee guida di una corretta alimentazione, elaborate dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), in un’alimentazione sana e bilanciata la percentuale di proteine deve aggirarsi intorno al 12-15% delle chilocalorie introdotte ogni giorno con il cibo. Il restante apporto dovrebbe derivare per lo più dai carboidrati (45-60%) e in secondo luogo dai grassi (25-35%). Nella dieta chetogenica, rispetto alle linee guida della SINU, la percentuale di carboidrati viene ridotta circa al 10%; le proteine vengono aumentate solo di poco, mentre l’apporto di grassi può arrivare anche oltre il 60% delle chilocalorie consumate.

Così facendo si favorisce la mobilizzazione dei grassi di deposito per la produzione di energia e la comparsa di una condizione metabolica particolare detta chetosi (o acetonemia), cioè un accumulo nel sangue di corpi chetonici, sostanze che si formano quando si utilizzano i grassi per produrre energia.

La dieta chetogenica non è per tutti. Prima di consigliarla bisogna valutare lo stato generale di salute per evidenziare possibili controindicazioni, definire gli obiettivi e i tempi massimi di durata della dieta, programmare la dieta per permettere una graduale uscita dalla fase di chetosi.

È perciò una terapia vera e propria che deve essere eseguita sotto il controllo di uno specialista e non sulla base del “fai da te”.

L’autogestione potrebbe esporre la persona a carenze o inadeguatezze nutrizionali. Una volta valutato lo stato di salute generale, la dieta chetogenica deve essere prescritta adattandola alla persona e agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Nell’elaborazione dello schema alimentare, ogni pasto deve essere strutturato nel rispetto di un rapporto chetogenico tra i nutrienti, ovvero i grammi di grassi, proteine e carboidrati devono essere calcolati in modo accurato così che si possa determinare una corretta condizione di chetosi. Come si può facilmente intuire i diversi alimenti possono avere effetti differenti sulla condizione di chetosi incidendo su di essa positivamente o negativamente: i carboidrati hanno un ruolo anti-chetogenico, ovvero allontanano il metabolismo dalla condizione di chetosi; al contrario, proteine e grassi sono pro-chetogenici, vale a dire che favoriscono l’instaurarsi della chetosi.

Una volta iniziata la dieta chetogenica, inoltre, è necessario uno stretto controllo del suo andamento e dei suoi effetti programmando visite periodiche.

Ma quando è consigliata una dieta chetogenica? È un regime alimentare che può avere diversi campi di applicazione:

  • Obesità o sovrappeso: per chi vuole calare velocemente di peso (per ritornare in forma post gravidanza, per donne in menopausa, prima di interventi di chirurgia bariatrica).
  • Diabete di tipo 2. La dieta chetogenica agisce sulla regolazione della glicemia non solo in conseguenza alla rapida perdita di peso, ma anche in seguito ad altri fattori indipendenti dalla sola restrizione calorica. Migliora glicemia, emoglobina glicata e sensibilità all’insulina.
  • Sindrome metabolica. La dieta chetogenica migliora tutti i parametri: la perdita di peso comporta la diminuzione del rischio cardiovascolare. Infatti è sufficiente una riduzione del 5% del peso iniziale per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari in un soggetto obeso.
  • Epilessia: nei bambini e nei giovani che soffrono di qualche forma di epilessia è stato dimostrato che una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati ha benefici effetti sull’attività dei neuroni cerebrali, in particolare nei casi in cui la terapia farmacologica risulta meno efficace.
  • Emicrania e apnee del sonno. Ci sono diversi studi che dimostrano come questo regime alimentare può avere effetti benefici nel trattamento di queste patologie.

È, invece, fortemente controindicata in presenza di:

  • Insufficienza renale, in quanto con creatininemia superiore a 1.5mg/dl si deve ridurre l’apporto normale di proteine.
  • Insufficienza epatica grave, perché gli acidi grassi vengono ossidati a livello del fegato.
  • Diabete di tipo 1 perché si va in chetoacidosi.
  • Insufficienza cardiaca per il rischio di un’errata gestione del sodio.
  • Gravidanza e allattamento
  • Disturbi psichico del comportamento
  • Ragazzi in crescita
  • Abuso di alcol e altre sostanze